Non solo Beatles… ma quasi. Viaggio nella “Pool of life”, così la chiamava Jung, fra cieli plumbei e sogni psichedelici
di Letizia Bognanni
La prima cosa che si vede di Liverpool, appena scesi dall’aereo, è un tappeto con il logo del John Lennon Airport: il famoso autoritratto stilizzato e la scritta “Above us only sky”. Benvenuti nella città di John, Paul, George e Ringo. E non è un luogo comune: mentre il mondo sta per essere di nuovo invaso dalla musica dei Fab Four – il 9 settembre esce il cofanetto con la discografia omnia rimasterizzata – Liverpool non ha mai smesso di celebrare i suoi figli più famosi. E vorremmo ben vedere: se non fosse per la rivoluzione musicale scoppiata sulle rive del Mersey, quella che oggi si andrebbe a visitare sarebbe una mediopoli inglese dal perverso fascino postindustriale, con tante nuvole e un paio di attrazioni monumentali. Per esempio, la più grande cattedrale anglicana del mondo, spettacolare costruzione tutta guglie e vetrate colorate, eretta nella prima metà del ventesimo secolo, presente nel Guinness anche per l’organo più grande del mondo. E restando in tema di dimensioni da record, proprio di fronte alla cattedrale si trova l’ingresso di Chinatown, con l’arco più grande mai costruito al di fuori della Cina.
We all live in a yellow submarine...
È british al cento per cento invece l’Albert Dock, zona portuale diventata il centro della vita sociale e culturale: in uno scenario di affascinante spleen navale e rivalutazione urbanistica si può passeggiare, fare shopping, mangiare qualcosa in alcuni dei locali più In - per i tipi fashion ci sono le atmosfere minimal quasi newyorkesi del Babycream e del Ha! Ha! (avviso agli italici viaggiatori: qui servono la cena anche a orari più tardi di quella che per noi mediterranei è l’ora della merenda), per chi preferisce un ambiente più caldo è imperdibile la pausa caffè con torta al Pumphouse – e visitare i musei: la Tate Gallery, il museo marittimo e quello della schiavitù. E, naturalmente, The Beatles Story, il museo dedicato ai favolosi quattro, un viaggio virtuale nelle vite, nei luoghi e nella cultura che hanno cambiato la faccia del rock. Recentemente il museo si è ingrandito e vanta una nuova ultramoderna costruzione dove assistere alla nuova “Beatles Experience”, prendere un caffè a tema e fare incetta di gadget.
Magical Mistery Tour
Ma, come dice il saggio, la strada è la migliore maestra di vita. In questo caso, è la migliore maestra di storia della musica. Quindi tutti fuori dai musei e dagli shop, e via alla scoperta dei luoghi reali che hanno visto nascere e crescere il mito. Prima tappa, la centralissima Mathew Street, ormai ribattezzata Beatle Street, ovvero “la via del Cavern”. Il celeberrimo locale che ha visto i quattro ragazzi, fin da quando erano ancora imberbi Quarry Men, farsi le ossa suonando skiffle e cover di Elvis sull’angusto palco dell’angusto sottoscala che era negli anni sessanta, è stato ricostruito una ventina di anni fa usando buona parte dei materiali originali, e cercando di farlo somigliare il più possibile al club storico, anche se l’ingresso non è quello dell’epoca. All’interno, foto e cimeli. C’è anche la musica dal vivo, ma meglio non aspettarsi di scoprirci qualche “Next Big Thing”: per lo più sono cover band o gruppi per turisti attempati. All’esterno, la statua di John Lennon, il Wall of Fame, panchine con schienale a forma di pentagramma, targhe celebrative e locali con nomi come Lennon’s Bar e Rubber Soul. Girato l’angolo, ecco l’Hard Day’s Night Hotel, per pernottamenti da star. Per il fan esigente, alla ricerca di posti più filologici e meno stucchevolmente turistici, è meglio spostarsi a West Derby, al Casbah Coffee Club, il primissimo locale dove si è esibito il gruppo. Qui, tutto è rimasto come allora, compresi i soffitti dipinti da John, Paul, George e Pete (Best, il primo batterista nonché figlio della proprietaria del locale).
Let me take you down...
D’obbligo, per chiudere questo “Magical Mistery Tour”, dedicare una mattinata alla periferia dove i nostri hanno vissuto l’infanzia e l’adolescenza, e che tanti capolavori ha ispirato. Prime mete, il numero 251 di Menlove Avenue, casa di John e della zia Mimi (ma per visitarla all’interno bisogna prenotare), il 20 di Forthlin Road, la casa di Paul - dove sono state scritte molte delle prime canzoni - e la St Peter’s Parrish Church, dove i due si sono incontrati la prima volta. Il pellegrinaggio prosegue “there beneath the blue suburban skies” a Penny Lane, prova provata di come una mente geniale possa trasformare in arte qualunque cosa, compresa la più anonima delle strade suburbane, e all’orfanotrofio Strawberry Field, prova provata di come una mente geniale e folle possa trasformare qualunque cosa, per esempio il giardino dei propri giochi di bambino, in un’esperienza psichedelica. Gli autoctoni (come sempre capita quando un fenomeno tanto immenso oscura altri motivi di interesse) non amano che Liverpool venga ricordata sempre e solo per i Beatles. Ma bisognerebbe dire loro che questo non significa sminuirne l’importanza. Al contrario: se quando uno torna a casa non riesce a smettere di ascoltare quelle canzoni e sognare di tornare indietro nello spazio-tempo, significa che qualcosa di magico questa città ce l’ha. Mica tutti i posti riescono a far scoccare certe scintille fra quattro ragazzi qualsiasi…
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