È possibile cambiare il mondo mangiando in modo responsabile?
di Barbara Pantanella
In America è uscito già da un po' – e speriamo che accada presto anche in Italia – l'ennesimo documentario che promette di rovinarci la cena. Si tratta di Food, Inc. di Robert Kenner ed è prodotto dallo stesso tipo che ci aveva mandato di traverso la merenda con Fast food nation, film dal cast pieno di star che investigava le conseguenze dell'espansione della cultura del fast food. Le catastrofiche conclusioni di questi film sembrano toccare noi italiani fino a un certo punto. Di certo la nostra industria alimentare non ha raggiunto livelli di industrializzazione pari a quella americana, e quindi le spaventose immagini del film – polli-mostro dal petto gigante, animali maltrattati, devastazioni ambientali e gente malata – sembrano lontane dalla nostra realtà. Ma non possiamo ignorare il fatto che anche la nostra agricoltura si muova in quella direzione: gli allevatori di bestiame sono sempre più controllati dall'industria dei mangimi, il nostro suolo è sempre più inquinato per colpa dell'inefficienza o della corruzione nella catena dello smaltimento dei rifiuti, l'Unione Europea cerca di stimolare la produzione agricola alleggerendo gradualmente controlli e restrizioni che dovrebbero servire a salvaguardare la nostra salute, solo per menzionare qualcuno dei problemi più ovvi. Senza adottare toni catastrofisti, non si può ignorare il fatto che, per esempio, l'informazione seria e attendibile che riceviamo sui cibi geneticamente modificati è scarsissima, e veniamo sballottati tra profeti dell'Apocalisse e iper ottimisti che ci dicono che va sempre tutto bene; che negli Stati Uniti alcuni produttori hanno messo in commercio carni provenienti da animali clonati senza che venissero svolti studi seri e a lungo termine sulle conseguenze del consumo da parte degli esseri umani; e soprattutto che intorno alla produzione di cibo ruotano interessi economici talmente grandi che probabilmente la salute dei consumatori passa in molti casi in secondo piano. Per non parlare dello sviluppo sostenibile, cioè della necessità di ottimizzare le risorse naturali in un mondo in cui la popolazione cresce e si sviluppa ad un ritmo rapidissimo. Cosa fare allora?
Il dilemma del consumatore I teorici dello sviluppo sostenibile sono spesso visti nel migliore dei casi come Cassandre che profetizzano l'Apocalisse, e spesso negli Stati Uniti sono accusati di essere snob che non capiscono i problemi della gente povera, che non può permettersi di fare la spesa nelle esclusive boutique di cibo biologico. Ma a ben vedere, le soluzioni che propongono questi studiosi si limitano a invitare al buonsenso. Senza arrivare a soluzioni drastiche (non sarebbe realistico chiedere alla popolazione occidentale di diventare improvvisamente vegetariana), basterebbe ridurre il consumo di carne a due o tre giorni alla settimana per apportare una vera rivoluzione nell'agricoltura e nel nostro modo di vivere. Lo sostiene uno dei guru di questa rivoluzione Michael Pollan (tra i protagonisti del documentario Food, Inc.), che ha scritto l'illuminante libro “Il dilemma dell'onnivoro”, ormai un vero classico. Il motto di Pollan è “Mangia cibo. Non troppo. Soprattutto verdure”. Cibo nel senso di cibo vero e fresco, non i nutrienti sintetici che compriamo confezionati, super-processati, arricchiti, vitaminizzati e insaporiti artificialmente. E meno carne perché gli allevamenti sono responsabili di gran parte dell'inquinamento dell'aria (secondo un rapporto dell'ONU sono più dannosi dell'anidride carbonica prodotta dal traffico) e della deforestazione. Per non parlare dell'incidenza di malattie tipiche delle società ricche come diabete, obesità e ipertensione causate dall'eccessivo consumo di proteine animali a cui siamo abituati. L'attivista americana Marion Nestle sostiene invece che bisognerebbe pagare di più per il cibo che compriamo. È vero che il cibo deve accessibile a tutti, ma anche l'eccessivo ribasso dei prezzi (ne sanno qualcosa i produttori di latte in Europa, che continuano a protestare inascoltati) significa, spesso in modo automatico, sfruttamento dei lavoratori dell'agricoltura e un uso a dir poco spregiudicato di pesticidi, fertilizzanti, ormoni. Facciamo come Michelle C'è chi, per essere sicuro di mangiare cibo sano e coltivato in modo biologico, si fa l'orto da sé. È decisamente una tendenza in crescita, specialmente da quando la first lady americana Michelle Obama si è messa a coltivare la verdura nel giardino della Casa Bianca (anche se i prodotti del suo orto non saranno mai riconosciuti come biologici a causa del cattivo sistema di irrigazione, si dice, usato dai Clinton...), seguita poco dopo dalla Regina d'Inghilterra che ha fatto allestire l'orto a Buckingham Palace. Anche in Italia però la gente inizia a riscoprire le gioie della campagna, visto che il 34% degli italiani dedica parte del proprio tempo libero al giardinaggio e che, secondo la Coldiretti, il 25% dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni coltiva almeno un piccolo orticello sul balcone. E se l'architetto francese Patrick Blanc realizza orti e giardini verticali, per adattarli anche all'ambiente cittadino, nel quartiere di Testaccio a Roma è stato da poco inaugurato l'orto di quartiere. Chi ha voglia di mettere alla prova il proprio pollice verde e provare l'impagabile soddisfazione di mangiare cibo che ha coltivato con le sue mani, trova una guida di base sul sito web Greenme.it , può seguire i consigli di Amici dell'orto o di Erba Viola oppure scambiarsi consigli e suggerimenti sul forum di Promiseland.it, sito dedicato a chi segue una dieta vegan che però ospita anche moltissimi amanti dell'orto fai da te. Anche in libreria abbondano le guide; consigliamo Orto e giardino biologico di Marie Luise Kreuter e L'orto sul balcone. Coltivare naturale in spazi ristretti di Grazia Cacciola. |
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