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Immagini in movimento
di Allison White
The Help
Regia: Tate Taylor Con: Viola Davis, Emma Stone, Octavia Spencer, Bryce Dallas Howard
Tutta colpa di Margaret Mitchell e della sua glorificazione di Mammy in Via Col Vento, che ha cristallizzato il personaggio della domestica "negra": protettiva, ignorante, asessuata, grassa e con un gran senso dell'umorismo. Un Jim Crow al femminile, il cui modello è resistito nei secoli dei secoli, riutiliazzato e manipolato nella letteratura e nel cinema per veicolare diversi messaggi, dalla condanna di ogni forma di schiavitù all'ostinazione a mantenere certi stereotipi. Dai tempi della titubante zia Delilah di Lo specchio della vita a quelli della più caustica e dissacrante Florence della sit-com I Jefferson e oltre, le domestiche si sono evolute, emancipate, ripiegate su se stesse, illuse, disilluse e hanno preso coscienza del loro status. In The Help, film di Tate Taylor, tratto dall'omonimo best-seller di Kathryn Stockett, si ribellano alle infinite cattiverie delle loro Mizzuz, con astuzia e liberatorie rivelazioni, raccolte in un libro dall'aspirante giornalista e "padroncina" liberale, Miz Skeeter. A suonare la carica Abilene Clark (una splendida Viola Davis) e la sua amica Minnie (Octavia Spencer), donne i cui dolori hanno di gran lunga superato le gioie, il cui sforzo quotidiano è aprrezzato, la cui presenza è sempre limitata dal neanche poi tanto velato razzismo della Jackson degli anni Sessanta. È il Mississippi del Ku Klux Klan, della battaglia per i diritti civili, del sogno di Martin Luther King, delle marce, il cui eco è sottilmente percettibile, ma i cui effetti sono nettamente impressi sui volti e negli occhi dei protagonisti. The Help non è Il colore viola e non vuole esserlo, ma riesce a far riflettere strappando più di un sorriso.
La talpa
Regia: Tomas Alfredson Con: Gary Oldman, Tom Hardy, Colin Firth, Mark Strong
Quando si comincia a pensare che l film sullo spionaggio ormai non possano fare a meno di strabilianti effetti speciali, scene estreme di azioni, impensabili gadget tecnologici per distrarre da sceneggiature deboli e ripetitive, ecco che arrivano i giochi cerebrali di La Talpa e la speranza torna. Alfredson porta sullo schermo il romanzo di John Le Carrè, con perizia e grande abilità. La Guerra Fredda vive una stagione aspra, la tensione è ai massimi storici e all'interno dei servizi segreti britannici, qualcuno fa il doppio gioco. Toccherà all'ormai "pensionato" agente Smiley, che ha il volto e il fisico da anonimo englishman di mezza età di un perfetto Gary Oldman, scovare la talpa. In un sottilissimo gioco di parole, intrighi e astuzie, che ricordano i classici del genere. Con poca azione e tanta astuzia.
Shame
Regia: Steve McQueen Con: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Baharie
A Venezia 68 ha raccolto infiniti consensi e ha regalato la Coppa Volpi come miglior protagonosita maschile a Michael Fassbender. Shame, opera senconda del regista Steve McQueen dopo il toccante Hunger, mai distribuito in Italia, è un film che parla di ossessione. Di multiple ossessioni. Come quella del protagonista, il giovane, bello e rampante Brendon, per il sesso. Come quella della sua sorella minore per l'amore come sinonimio di stabilità, di relazione duratura. Come quelle grandi o piccole che nel quotidiano diventano un esercizio di auto annullameto che impedisce di cogliere i molteplici aspetti della realtà. Tra durezza d'animo ed estrema fragilità, sensazioni e azioni diametralmente opposte, due percorsi di vita cercheranno di convergere e cercare la redenzione. O almeno tenteranno.
Hesher è stato qui
Regia: Spencer Susser Con: Devin Brochu, Joseph Gordon-Levitt, Rainn Wilson, Natalie Portman
Se sei un tredicenne che ha appena perso la madre in un tragico incidente d'auto e il cui padre è annientato dal dolore al punto di non riuscire quasi a respirare, chi può farti da guida? Di sicuro non Hesher, metallaro capellone diffusamente tatuato, irascibile e violento, riluttante e indifferente agli altrui bisogni, indolente e calcolatamente sboccato. Eppure sono gli incontri improbabili quelli che finiscono per cambiarti la vita. Ed è proprio ciò che accade al "piccolo" T.J. che trova in quel personaggio tanto singolare quanto odioso, il catalizzatore ideale per il suo stato d'animo, la risposta a tutte le strane domande e morbose curiosità dell'adolescenza. L'esordio dietro la macchina da presa di Susser, rimane tuttavia sospeso, indeciso tra il dramma e la dark comedy. In mezzo, però, c'è un Joseph Gordon-Levitt in grado di suscitare odio puro.
L'arte di vincere - Moneyball
Regia: Bennet Miller Con: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour-Hoffman, Chris Pratt
I film sullo sport, sul baseball in particolare, stanno al cinema americano come le fiction in divisa stanno alla televisione italiana. Se la maggior parte finsice inevitabilmente nel limbo dell'indifferenza a causa di déja vu multipli e noia mortale, qualcuno riesce a emergere e brillare. Come questo L'arte di vincere, che - in un certo senso - assomiglia più a Will Hunting, Genio Ribelle che alla solita epopea della squadra perdente che si ritrova a vincere per il grande cuore. Protagonsta, infatti, è una formula matematica, un sistema statistico che un giovane laureato in economia, offre al general manager degli Oakland Athletics. Traslata sul diamante, si traduce in una serie di vittorie da record. Con brio e vivacità.
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