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di Barbara Pantanella

 

David Lynch Crazy CLown Time  (Sunday Best)

Dopo essersi preso una pausa dal cinema, in attesa che arrivi l'occasione e il momendo giusto per un nuovo film, David Lynch si è tenuto impegnato con altri progetti: passa le giornate in una tipografia a realizzare stampe litografiche e ha aperto un club a Parigi, di nome Silencio, il cui nome rievoca il suo film Mulholland Drive, si è ritagliato un spazio web in cui parlare dei suoi argomenti preferiti e intervistare nomi noti e meno noti, ha prodotto cantautrici emergenti. Ma tra tanti progetti c'è stata anche la pubblicazione di questo album, che il regista per molto tempo ha rimandato perché aveva paura di non essere all'altezza come musicista. Infine Crazy Clown Time è uscito, ed è come se fosse sempre esistito, almeno per chi ha visto e amato i suoi film, visto che si adatta perfettamente a quel mondo. Nella prima traccia c'è Karen O degli Yeah Yeah Yeah e sembra di essere trasportati a Twin Peaks a inseguire uno dei ragazzi perduti di quella città. L'elettronica pare aprire uno spiraglio in Good Day che sembra lasciare spazio all'ottimismo, ma è solo un'altra illusione: questo è un mondo oscuro da cui è impossibile uscire. La voce di Lynch, delirante e sgraziata, rende tutto ancora più sinistro. Ma Crazy Clown Time non è un album sperimentale e delirante, invece è musicalmente compiuto, il lavoro di chi nel corso degli anni e lavorando con i compositori delle sue colonne sonore, ha maturato uno stile e un'estetica unici.


 

Justice – Audio, Video, Disco  (Because Music)

I Justice annunciano il nuovo album dicendosi di essersi ispirati ai Led Zeppelin. Di certo il nuovo album, Audio, Video Disco ha molto a che spartire con la musica di quel genere, vista la tendenza a popolare le loro canzoni di visioni apocalittiche e creature fantastiche. E a condirle di un prog-rock seventies meno cervellotico e articolato, ma altrettanto visionario grazie soprattutto a un saggio uso dell'elettronica che regala un fascino moderno senza snaturarlo. Ma poco importa: dai Justice in fondo ci si aspetta che, come sciamani, siano capaci ancora una volta di trascinare chi li ascolta in una sorta di estasi collettiva a colpi di basso e in quello non deludono mai.

 

Kate Bush – 50 Words For Snow  (Noble & Brite)

L'emozione è sempre grande, soprattutto per i vecchi fan, ogni volta che Kate Bush annuncia l'uscita di un nuovo album. Questo 50 Words For Snow arriverà verso la fine di novembre, a breve distanza da Director's Cut, conterrà sette canzoni inedite, pop raffinato e sopraffino, in grando di riscaldare anche il più freddo e nevoso degli inverni. A farle compagnia ospiti d'eccezione: Sir Elton John e l'attore comico inglese Stephen Fry, per un album che si preannuncia già un trionfo a partire dal singolo Wild Man. La voce di Kate, incorniciata da pianoforti glaciali, è in grado di trasportare in paesaggi remoti, lontani, generando calore allo stato puro.

 

The Beach Boys The Smile Sessions  (EMI)

Doveva essere il più grande album della storia, quello in cui l'arte di Brian Wilson nello scrivere canzoni praticamente perfette doveva raggiungere il suo apice. E che avrebbe dovuto cancellare con un colpo di spugna i Beatles e il loro Sgt. Pepper's Lonely Heart Club Band. Invece non fu mai pubblicato, se non in versioni incomplete e molti anni dopo. Oggi, che le turbolenze del passato hanno lasciato spazio a una saggia maturità, i Beach Boys e, soprattutto Brian, si sono decisi a regalare al mondo il loro capolavoro del 1967, che esce in doppio formato raccogliendo anche il materiale grezzo registrato in studio. Un'esperienza audio senza precedenti che, pur nella sua imperfezione, regala un meraviglioso viaggio di andata e ritorno in un'epoca rivoluzionaria.


Bonnie Prince Billy Wolfroy Goes To Town  (Domino)

Inutile contare gli album di Will Oldham o Bonnie Prince Billy, artista davvero prolifico e arcinoto lupo solitario. Oldham è un tipo brusco, che nelle sue canzoni si lamenta della mancanza di Dio, di solitudine, infelicità, di relazioni finite. Eppure è un vecchio burbero a cui si vuole bene facilmente, visto che la gente continua a tornare sempre da lui per ascoltare le sue storie. Come quelle contenute in Wolfroy Goes To Town, dal sapore folk country, dall'incedere pacato, avvolgenti come una di quelle coperte di lana che si tirano fuori dall'armadio in un pomeriggio tardo autunnale, quando fuori piove e ci si raggomitola su un divano.

 

 

 

 

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