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Il magico mondo del "cancelletto" per principianti...


di Silvia Fossati


Prendete l'avvenimento della giornata. Da gran diva qual è, l'immarcescibile Madonna si presenta a Venezia con a seguito un nutrito codazzo di fan adoranti. Uno, in particolare, crede di fare cosa gradita presentando un omaggio floreale. E ignorando un importantissimo particolare. Miss Ciccone odia le ortensie. Se lo è lasciato sfuggire lei stessa al microfono accidentalmente aperto dopo aver notato il dono. Smartphone e simili sono impazziti in una sfida all'ultimo aggiornamento. I più veloci? I patiti dei 140 cratteri di Twitter, aiutati dalla loro arma più potente. #gaffe, #madonnagaffe #madonnahatesflowers, #diva, #FairPlay, #VeniceFilmFestival. Il caro, vecchio cancelletto – comunemente noto come hashtag – è la star della comunicazione, la chiave del successo di ogni informazione. Chi non lo usa è decisamente out. Semplice e utile, è il portatore di una nuova filosofia divulgativa, il mezzo principe per esprimere in maniera più sottile, se vogliamo anche intellettuale, opinioni, sfumature e sottintesi, con un pizzico di humour.


 

#iopensodemocratico

“Un hashtag non è marketing, un media o un messaggio politico il cui autore pensa di poter creare e controllare. Non è come lo spazio dei domini, su Facebook e Google +, o un marchio [...] L’hashtag è aperto e profondamente democratico. Alcune persone vi si riuniscono attorno. Lo leggono, possono diffonderlo o ignorarlo e farlo appassire. Gli infondono significato". Se lo dice Jeff Jarvis, c'è indubbiamente da credergli. Nato nel 2007, quando fu usato da Nate Ritter per aggiornamenti sull'incendio di San Diego (e rilanciato da Chris Messina che ne ha colto le potenzialità), l'hashtag, in soli quattro anni, è diventato il protagonista assoluto di eventi epocali e cambiamenti sociali. Chi non ricorda gli aggiornamenti sulle recenti "primavere" del mondo arabo, o l'evoluzione della diatriba Moratti-Pisapia, o lo stesso divertissement usato da Jarvis, #fuckyouwashinton che ha creato un giro di opinioni politiche in tutti gli USA e anche fuori. Un hashtag è, tuttavia, anche un modo più "elegante e sofisticato" di esprimere uno stato d'animo, al posto delle più comuni e"volgari" emoticons, o per creare trend e arrivare capillarmente al maggior numero di persone possibile. Il marketing lo sa, e si adatta. Pensate alla stilista Donna Karan: a colpi di hashtag e live tweetting durante gli episodi della serie TV Gossip Girl ha fatto parlare di sé, o meglio del suo brand, in tutto il globo.

 

#cosacomedove

La funzione primaria, concreta e meno filosofica, di un hashtag resta comunque quella di generare traffico verso il proprio profilo Twitter. Per orientarsi nel magico mondo del cancelletto basta seguire @hashtags su Twitter o guardare le mega classifiche come #hashtags.org, luogo privilegiato in cui vengono coolezionati gli hashtag più rcenti e più hot. Per capire, invece, dove dirottare i propri tweet e le discussioni di maggiore interesse Twemes.com è un'altra preziosissima risorsa, mentre Wthashtag.com è una sorta di guida user generated per principianti e Tagalus un imprescindibile dizionario. Addirittura si può verificare la "grandezza" di un hashtag in un misuratore da battaglia: Hashtagbattle.com mette a confronto due hashtag e determina il vincitore secondo una numerosa serie di variabili.

 

#cometifaccioarte

Ha spopolato anche al di fuori del circoscritto universo cinguettante per approdare negli status di Facebook, nei commenti e nelle email. A breve lo ritroveremo sui postit incollati al frigorifero per la lista della spesa o per ricordare la scadenza delle bollette. Nell'attesa che la metamorfosi sia completa, qualcuno ne ha approdfittato per esplorare le potenzialità artistiche dell'hashtag. Un re del talk show notturno come Jimmy Fallon, gli ha dedicato un segmento ogni venerdì: Lancia un tema su cui tutti, ma proprio tutti gli spettatori, possono commentare. Che siano i momenti più imbarazzanti, o le figuracce da spiagga, si richiede solo molta ironia. I più esilaranti, pungenti o intriganti vengono letti in trasmissione. Più "alto", invece è lo scopo dei creatoridi Hashtagart.com, sito-progetto che tramite un hashtag raccoglie i tweet e gli status di facebook su un determianto argomento creando un grande mosaico, dal forte impatto incisivo, scaricabile e utilizzabile a proprio piacimento.

 

#buonemaniere

Una volta entrati nel vortice "cancellettesco", è difficile uscirne. Il rischio è quello della classica overdose che, in questo caso, nuoce alla salute non solo del singolo, ma di tutti gli internauti. Gli utilizzatori di hashtag devono prestare giuramento di fedeltà a una serie di regole non (ancora) scritte alla base della netiquette della comunicazione duepuntozero. La prima delle quali ne vieta assolutamente l'abuso. Essere visibili e efficaci non vuol dire "cancellettare" ogni tag o ogni singola parola del messaggio che si vuole diffondere. Il naturale corollario è rimanere sempre in topic. Se sto andando dal parrucchiere o accingendomi a vedere una replica di Beautiful e per farlo sapere a tutti uso hashtag di altre discussioni, non devo stupirmi delle reazioni di indifferenza totale che suscito. La seconda regola, che dovrebbe accompagnare ogni forma di comunicazione scritta e orale, qualsiasi mezzo si usi, è quella di ricordare sempre le regole grammaticali della lingua che si utilizza. Terza e ultima regola: "meno e meglio", soprattutto durante i live tweeting. Nessuno, ripetiamo nessuno, è interessato a sapere cosa succede ogni secondo dell'evento che si sta seguendo, compreso quando fate la pausa toilette. Quarta e ultima regola: Non tutto merita un hashtag. Capito questo, siete pronti a partire...

 


 

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