Occhiali, supereroi e kryptonite nella borsa... PDF Stampa E-mail

 

 

 


Ivan Cotroneo, il ritorno all'infanzia, la sua prima regia e un Superman napoletano... 

   

a cura di Allison White 

  

 

Facciamo un salto a Napoli. Precisamente nel 1973. Insieme a un bambino dagli occhi chiari nascosti da occhiali spessi e dalla sua grande e vivace famiglia, tanto esilarante quanto invadente. Il mondo visto da Peppino Sansone è una girandola di domande, interrogativi ed esplorazione della realtà attraverso un costante senso di meraviglia e un candore che fa sembrare reale anche l'apparizione di un supereroe che sceglie di farti da santo protettore. Il mondo visto con gli occhi di Ivan Controneo (Paz!, Piano, solo, Io sono l'amore, Mine vaganti), scrittore, sceneggiatore e - per la prima volta – regista, è quello ritratto in La kryptonite nella borsa: da sfogliare come un vecchio album fotografico, da ricordare e rivisitare cogliendone quei particolari che sfuggono ai più. Presentato all'ultima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma e in sala dal 4 novembre, il film, tratto dall'omonimo libro di Cotroneo del 2005, è una commedia dolceamara (con un cast d'eccezione: Valeria Golino, Luca Zingaretti, Cristiana Capotondi, Libero De Rienzo, Fabrizio Gifuni e il piccolo Luigi Catani), delicata, ironica, dal taglio "internazionale", che invita a immergersi totalmente in un'epoca di cambiamenti, ridefinizione dei ruoli, mutamenti dei costumi, a dare nuove e più calzanti definizioni al concetto di diversità e a riscoprire l'importanza di guardare alla vita con stupore anche quando una, mille kryptoniti ci rendono deboli. Perché, in fondo, tutti restiamo sempre un po' bambini. Anche se tendiamo a dimenticarlo.


   

La Kryptonite nella borsa è il racconto di una famiglia attraverso gli occhi di un bambino…

Da sempre mi affascina lo sguardo dei bambini sul mondo. Per il film mi sono ispirato a come vedevo io la vita e la mia città da bambino, negli anni 70, appunto. La prima metà di quel decennio per Napoli è stato un periodo piuttosto modesto, dove sia nei negozi che negli armadi non c’era ricchezza e non erano gli status simbol a determinare le differenze sociali. Erano anni più liberi. La sfida, per me, era presentare quel periodo non come frutto di un ricordo nostalgico, ma in maniera pop, colorata.


Che tipo di Napoli è quella che rappresenta?
A Napoli ho vissuto una vita piacevole. Questo film è nato sia dal mio amore per la mia città sia per una sorta di rispetto, in tempi in cui dai giornali e telegiornali di Napoli viene fuori solo un'immagine negativa.


Lei ha dei parenti simili a quelli di Peppino?
Il mondo ritratto nel film è molto vicino a quello della famiglia in cui sono cresciuto. Una famiglia sempre presente, pronta a dirti "ma che stai facendo?" se ti vedevano un po' triste, decisamente estranea al concetto di privacy. L’analogia più forte, però, è il fatto che anche io sono stato cresciuto in un certo senso - i miei lavoravano ed erano fuori quasi tutto il giorno – da miei tre zii giovani che mi portavano in giro a fare avventure un po’ borderline, anche se non esattamente simili a quelle raccontate nel film. Ecco, quella è la parte più autobiografica.


Anche l'unverso femminile è ritratto in maniera interessante...

Ho scritto la sceneggiatura insieme a due donne, sarà per questo? Lo sguardo sulla femminilità mi appassiona da sempre. Una delle mie intenzioni era restituire i personaggi femminili in maniera affettuosa.


Per raccontare il punto d'incontro tra realtà e fantasia si è affidato a un supereroe...
A Gennaro, o Superman, è affidato il senso del film. La sua apparizione come un fantasma è la chiave del mondo di fantasia di Peppino. Gennaro che si crede Superman è una vittima della società, non riesce a integrarsi con gli altri e nei suoi discorsi con Peppino dice cose ben precise, soprattutto sull’importanza di accettarsi per quello che si è. Volevo che come supereroe, però, fosse anche un po' “scassatello”...


Che significato dà a questo film?
Volevo fosse un romanzo di formazione per tutti i protagonisti che imparano a scontrarsi con la differenza tra sogno, desiderio e realtà. Tutti, chi più chi meno, riescono a cavarsela. Il loro è un modo di affrontare la vita con ironia e con la consapevolezza che gli imprevisti e le tragedie sono dietro l’angolo. Aver vissuto in una famiglia numerosa mi ha insegnato proprio quiesto: non siamo mai soli. E che è possibile avere uno sguardo ironico sulle cose brutte, una specie di relativismo del dolore.


E alla fine lascia anche un grande insegnamento sull'accettazione della diversità…

Per me era molto importante che il film finisse con quel discorso perché è una sorta di morale. Era una conclusione sulla fatica. C’è speranza ma la ricerca della felicità non è facile. La felicità è possibile ma non è una passeggiata.


Come è stata realizzata la bellissima scena del volo su Napoli?
Preferisco non raccontare i dettgli tecnici! Ne ho parlato a lungo con Luca Bigazzi (il direttore della fotografia, ndr) senza il quale ormai non prendo neanche un caffè. Peppino è un bambino che non ha mai visto film di fantascienza né, probabilmente, una città dall’alto. Volevo rendere quel volo “a misura” di Peppino e fare in modo che non fosse su uno scenario tecnologico ma a sua misura.


Con un commento sonoro d'eccezione, Life On Mars di David Bowie...
All’inizio ho dato ai produttori un CD con le canzoni che avrei voluto nel film e che poi sono entrate nella colona sonora. Life on Mars era in quel CD. E c'era anche Lust for Life di Iggy Pop, che in realtà è una canzone uscita nel 1976, tre anni dopo gli eventi narrati in La krypronite nella borsa. Che posso dire? Sono scelte che si sono imposte con così tanta forza da non poterne fare a meno!

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