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Affabile, emotivo, smisuratamente attratto dalla violenza come forma d'arte. Nicolas Winding Refn: dalla Danimarca a New York, passando per Cannes...
a cura di Daniela Liucci
Agli scandinavi piace il noir, agli scandinavi piace il mistero, il glaciale e lento mettere insieme i pezzi di mostruosi puzzle. Agli scandinavi piacciono i colori freddi. Ad alcuni scandinavi, però piacciono molto gli horror italiani, quelli più “mediterranei” con il calore e il colore intenso del sangue e le luci di una città folle piena di strade su cui sfrecciare a tutta velocità. Come a Nicolas Winding Refn, danese di nascita ma newyorkese nel cuore. Classicamente nerd nell'aspetto, ma ribelle nell'animo. Emotivo, intellettuale quanto basta e ironicamente (anti)conformista è il regista con cui tutti vogliono lavorare. I suoi film, poetici e crudi, da Bronson a Valhalla Rising - Regno di sangue, sono una gioia per gli occhi e una scarica di adrenalina. L'ultimo, Drive, premio alla regia al Festival di Cannes 2011 e attualmente sugli schermi italiani, è la storia di un misterioso “pilota da corsa”, meccanico e stuntman part-time, è un meraviglioso mix di contrasti, perfettamente orchestrato. Parla d'amore e di efferata violenza, di sentimenti assoluti, di scelte e conseguenze. Un'opera d'arte che non ha messaggi subliminali, che si offre alla vista, ai sensi e all'intelletto. “Più estremo è il cinema, più è emotivo e più forti sono le emozioni” dice. E per una lunga serie di motivi, gli si crede sulla parola.
Cosa ispira un film come Drive?
Le favole dei fratelli Grimm. Le leggevo a mia figlia anni fa e sono rimasto affascinato dalla loro struttura. Cominciano in maniera pura per diventare molto oscure e far prevalere, infine, l'aspetto morale: l'innocenza trionfa e il cattivo viene sconfitto. Ecco perché la prima parte del film è tutta giocata sull'illusione e sull'idea dell'amore, tanto più forte e assoluta quanto contrapposta alla violenza finale che getta lo spettatore in uno stato di sconvolgimento interiore, creando un'iper-realtà che è l'essenza propria del cinema. Driver, il protagonista del film, si ritrova da una parte questo modo quasi impossiblie di vivere l'amore, quest'aspirazione a un amore pure impossibile da raggiungere, e dall'altra un universo iper violento. Lui non si muove nel mezzo.
C'è un rapporto tra arte e violenza?
Credo che l'arte sia un atto di violenza e, in quanto forma d'arte, lo è anche il cinema. Non sono una persona violenta, se qualcuno mi picchia potrei morire, ma sono un regista feticista, faccio quello che vorrei vedere, che vorrei mi affascinasse, mi conquistasse, mi eccitasse sessualmente. E poi nessuno meglio degli italiani sa mettere la violenza al cinema.
In che senso?
Se i film hollywoodiani hanno reso strabiliante la violenza, sono gli italiani ad averla trasformata in qualcosa di visivamente affascinante, poetico, interessante e surreale allo stesso tempo. Ho sempre ammirato fin da ragazzo quelli che ritengo grandi maestri del vostro cinema oltre a Fellini e Visconti: Sergio Leone e Dario Argento. Trattavano la violenza da un punto di vista molto interessante e mi hanno ispirato moltissimo. Diciamo che per Drive ho rubato tantissimo da Dario Argento, da Gualtiero Jacobetti e Franco Prosperi. Si può dire che Drive è quasi un film italiano!
Amava l'horror da bambino?
Sono cresciuto a New York e i miei pensavano che tutto ciò che veniva dall'Europa, quindi anche il cinema, soprattutto quello non violento, fosse meraviglioso, mentre tutto ciò che era americano e violento era fascista. Erano hippie. Per ribellarsi ai genitori i figli cercano sempre di appassionarsi a qualcosa che loro detestano. Io non potevo darmi alle droghe perché loro avevano già sperimentato tutte quelle possibili e immaginabili, non potevo affidarmi al rock perché quando tua madre fotografa Jimi Hendrix c'è poco da scegliere... Quindi ho scelto il cinema violento. È stato il mio modo di dire “vaffanculo” ai miei.
Cosa vuole dire, invece, ai suo spettatori?
Non sono un regista politico, non ho un agenda, non voglio che alle persone arrivi un deterinato messaggio attraverso un mio film. Credo che per quanto riguarda il cinema la cosa migliore sia sempre l'emozione individuale, la reazione individuale del singolo spettatore.
Lei proviene da una parte d'Europa pacifica, civile ma allo stesso tempo in grado di esprimere, artisticamente, una “violenza di successo”...
Gli scandinavi sono molto repressi. Non ci piace mostrare le emozioni apertamente, siamo molto introversi, poco espansivi. A causa del freddo ce ne stiamo in casa e usciamo poco, tutte cose che naturalmente alimentano un comportamento passivo-aggressivo. E siamo anche sempre un po' invidiosi degli altri, ma non lo diamo a vedere perché dobbiamo essere educati, siamo sempre un po' seccati, ma non lo dimostriamo. Grazie a Dio sono sfuggito a questo tipo di educazione perché sono cresciuto a Manhattan, dove la mia visione del mondo era l'Empire State Building, il World Trade Center. Mi hanno insegnato che puoi fare tutto ciò che vuoi, se lo vuoi. In Danimarca, invece, è l'opposto ecco perché mi è risultato sempre difficile a Copenaghen.
Sua madre come giudica adesso i suoi film?
Con lei ho un rapporto strettissimo, sono andato via di casa a ventiquattro anni per andare a vivere con la mia sola fidanzata che adesso è mia moglie, sono stato sempre circondato da donne molto forti. E da una madre che qualunque cosa facessi mi diceva che ero un genio. È molto orgogliosa. Lei non guarda mai la parte violenta, dice solo “che bella storia d'amore”.
Quanto è cambiato dopo il premio ricevuto a Cannes?
Il solo fatto di essere in concorso, è stato bello. Ricevere il premio ancora meglio. Soprattutto se te lo consegna Robert De Niro e ti dice che il tuo è il miglior film noir che abbia mai visto. Ma il mattino seguente torni ad alzarti alle sei per cambiare il pannolino alla bambina più piccola, vai al supermercato per assicurarti che ci sia la cena in tavola, e continui a fare i tuoi film. L'unico vantaggio, certo, è che se qualcuno ti chiede garanzie sul tuo talento gli fai vedere il premio vinto a Cannes e dici: “Beh, se me l'hanno dato, ci sarà una ragione...”
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