L'anima verde di Jarvis Cocker PDF Stampa E-mail
 


L'ex frontman dei Pulp e la sua esperienza nell'Artico per il progetto "Cape Farewell"

a cura di Daniela Liucci

 

Se negli anni '90 era lo sbarbatello e imprevedibile frontman dei Pulp, oggi Jarvis Cocker è una sorta di incrocio tra un emaciato Vittorio Sgarbi e un meno confuso Daniel Faraday di Lost, molto simile a un professore di una qualsiasi rispettabilissima università britannica, con tanto di occhiale da vista rétro e giacca di tweed, che impartisce lezioni di vita e filosofia musicale con una voce profonda, flemmatica, ipnoticamente monotona. Sembra ormai lontano l'ardito ragazzo che nel 1996, durante l'esibizione di Michael Jackson ai BRIT Awards, salì sul palco in segno di protesta (erano gli anni caldi del processo per pedofilia al Re del Pop), tanto che da più parti si chiese provocatoriamente una sua nomina a baronetto. Jarvis è ormai un artista poliedrico che si divide tra impegno ambientalista, scrittura, produzione e carriera solista, rinvigorita da un album, Further Complications, uscito lo scorso luglio.

L'album contiene Slush, una ballad glaciale e minimale, una sorta di ninna nana nordica che ha alle spalle una storia peculiare. Quasi un anno e mezzo fa, Cocker ha partecipato a Cape Farewell, lungimirante “esperimento” cultural-ambientale dell'artista David Buckley che ha deciso di riunire un gruppo di altri artisti per descrivere il terribile fenomeno dei mutamenti climatici da un punto di vista prettamente culturale. Jarvis ha deciso di accettare l'invito ed è salito su una nave diretta verso il Polo Nord, lasciandosi affascinare e ispirare dalla suggestione di quei luoghi tanto isolati nella loro algida serenità, quanto inermi vittime della scelleratezza dell'essere umano.

In due incontri all'ultimo Festival del Cinema di Roma, uno con Buckley e uno con il collega Max Eastley, durante i quali sono stati presentati estratti del documentario Cape Farewell, Cocker ha parlato di ambiente e musica, da un punto di vista di un comune cittadino del pianeta che si è interessato a un argomento tanto “caldo” e che si è formato una propria opinione. Grazie anche alle numerose campagne di sensibilizzazione che, al di là delle Alpi, partono dal basso, dal quotidiano, puntando all'educazione “verde” fin dalla culla. E garantendo una trasparenza e una capillarità che in Italia sono ancora lontane. Ma questo Jarvis non lo sa...

 

Cosa sapevi del cambiamento climatico quando hai detto di sì al progetto di Cape Farewell?

Beh, quando l'anno scorso ho partecipato a questa spedizione, in me si era fatta strada una certa consapevolezza del significato di cambiamento climatico, rispetto ai tempi in cui David ha ideato questo progetto e alla prima spedizione. Avevo letto del cambiamento climatico sui giornali. Mi rendevo conto che era un argomento che suscitava paura, disturbo, però non ne sapevo abbastanza quindi ho accolto questa proposta come un'opportunità di conoscenza, di apprendimento di un tema che altrimenti rischiava di rimanere qualcosa di vago letto su un giornale.

 

L'Artico non è esattamente un ambiente artist friendly... Ti sei trovato bene sulla nave?

Si. Sono stato mosso dalla curiosità di vedere che aspetto avesse l'Artico. Da solo probabilmente non ci sarei mai andato. Comunque, riguardo al progetto e alla “missione artistica” che richiedeva, ci sono due aspetti da considerare. Da una parte c'è l'osservazione di un panorama in cui non ci sono segni di vita umana, che rende l'esperienza avventurosa e strana, come quando si ha a che fare con qualcosa di ignoto. Dall'altra c'è un aspetto interessante legato al concetto stesso di viaggio con persone fino ad allora sconosciute, perché cominci a interrogarti, cominci a chiederti con chi andrò più d'accordo di queste persone, chi vorrà sedersi accanto a me a cena, chi sopravviverà per due settimane senza cellulare, senza controllare la posta elettronica, cose alle quali siamo tutti abituati. In un certo senso è come aver fatto parte di un grande esperimento sociale.

 

Con i tuoi compagni di viaggio avete ragionato come un collettivo o ognuno ha descrito il cambiamento climatico dal proprio punto di vista artistico?

Ognuno ha affrontato la cosa a modo suo, alcuni sono arrivati già con le idee ben precise, come nel caso della scena con i palloncini rossi, che avevano già prima di salire sulla nave. Altri, come il sottoscritto, si sono detti: “vediamo cosa succede, teniamoci aperti a tutte le possibilità”. E poi il progetto lasciava molta libertà di espressione. Io sono partito con una strumentazione pratica e leggera, mi immaginavo sul ponte della nave a camminare con la mia chitarra in braccio e di certo non potevo disporre di amplificatori. Così ho portato una chitarra piccola. Avrei potuto comporre qualsiasi cosa, anche un'opera sugli orsi polari!

 

Il tuo contributo al progetto di Buckley è Slush...

Slush non è un inno sul cambiamento climatico. Piuttosto è una riflessione, una ballad che parte dall'osservazione di uno degli effetti più probabili del gloabl warming. Slush è infatti un termine che indica la poltiglia, quella che si crea sulle strade quando la neve comincia a sciogliersi e mischiarsi al fango. Guardando quei ghiacciai pensavo che quando si sioglieranno genereranno tantissima poltiglia. Ovviamente “slush” significa anche melassa intesa come sdolcinatezza, come quei violini nei film anni ‘50.

 

Ti sei sentito più artista o più attivista?

Premesso che si può essere entrambe le cose, l'attivismo non era una parte fondamentale di questo progetto. Credo che non spetti agli artisti dare delle risposte. La loro responsabilità è piuttosto quella di riuscire a porre attraverso l'arte gli interrogativi giusti.

 

Interrogativi che devono spingere a una richiesta di cambiamento?

Sono convinto che, in linea di massima, la gente desidera fortemente un cambiamento. La gente vuole che accada qualcosa. E il ruolo di un governo deve essere quello di avviare questo processo di cambiamento, di occuparsi di questi problemi anche a costo di fare scelte difficili. E se richieste di questo tipo vengono dal popolo non possono essere ignorate. In fondo è il motivo per cui i membri di un governo sono stati eletti. Se su questi temi continuerà a prevalere l'inazione, credo che la delusione e la rabbia saranno enormi.