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La vita, la lotta, le banche e il rap francese. Bertold Brecht sa sempre da che parte stare...
di Valeria Jannetti
Aspetto con trepidazione. Nelle cuffie ascolto a ripetizione la versione di Mack The Knife interpretata da Ella Fitzgerald, una di quelle canzoni che da quando l'ho sentita la prima volta non ho più lasciato. Lontano, le voci della manifestazione. Oggi c'è lo sciopero dei sindacati. Tra poco sarò lì con loro. Oggi è una bella giornata. Lo vedo di spalle, parlotta con l'ascensorista. Ma so che è lui. Finalmente si gira e viene verso di me. Come se mi conoscesse. Ho davanti a me Bertolt Brecht, un uomo dagli occhi infossati, con occhiali dalla montatura spessa e nera, pochi capelli radi, un sigaro in bocca. Un trench di pelle nera strizzato in vita da una cintura, abbottonato fino all'ultimo bottone. Aspetta che sia io a iniziare: francamente ho un groppo in gola. In un secondo dilatato in ore, dentro la testa mi si mischiano i pensieri e infine riesco a salutarlo. È cordiale. Mi stringe vigorosamente la mano, si siede da solo sulla poltrona dell'hotel, prende una posa che lascia ben sperare: il braccio sulla spalliera, è di traverso per guardarmi dritto negli occhi. Quasi come se mi leggesse nel pensiero, trovando tutto il mio timore reverenziale e riconoscendo in me una figlia di quella piccola borghesia che lui detestava. Inizia lui. “Cosa stava ascoltando in quelle cuffie?”
Era Mack the Knife nella versione di Ella Fitzgerald in un concerto a Berlino. Mi piace molto la sua interpretazione.
Oh, mi ricordo quel giorno. Ella era in stato di grazia. Mi piace molto quella versione, soprattutto quando attacca l'improvvisazione e svia dalla canzone, e inizia a rifare il verso a Louis Armstrong. È passato molto tempo... non l'ho più riascoltata. Ultimamente ascolto il rap francese.
Il rap francese?
Sì. Il rap è musica popolare, e attraverso le parole questi poveri cristi delle banlieu riescono a creare un movimento di idee, sia mai che riescano a cambiare la mente di qualcuno.
Sono anche molto violenti, a volte.
Si, e fanno bene. Ce ne sono di razzisti, misogini o solo stupidi. Ma la violenza serve, purtroppo, a volte serve, non c'è niente da fare. La pace è solo disordine. In tempo di pace, l'umanità cresce in modo incontrollato. Non ha visto cosa sta succedendo nel mondo? Non mi dica che è scoppiata la pace.
Purtroppo, ancora no. La pace è lontana. A proposito, mi chiedevo cosa ne pensasse della crisi del capitalismo. Sembra che la storia le abbia dato ragione. Lavori come Madre Coraggio o L'opera da tre soldi sembrano scritti oggi.
Penso che sia un bene. Che finalmente il popolo abbia l'occasione di cambiare le cose. Se hai un debito di diecimila dollari è affar tuo, ma se è di un milione è un problema delle banche. Penso che la dittatura delle banche stia per finire, anche se, adesso, continuano a rimanere attaccati al capitalismo in maniera ottusa. Poverini, li si capisce: non sarebbero mai in grado di costruire un assetto di società diversa. Ma sono un potere, e come la Chiesa, che si ostinava a dire che la terra era immobile, dovranno prendere atto che “eppur, si muove”.
Quindi lei è insieme ai ragazzi di Occupy Wall Street e a quelli greci e a noi italiani?
Cos'è lo svaligiare una banca rispetto al fondarne una? Il mondo non viene spiegato già con lo spiegarlo? No. La maggior parte delle spiegazioni sono giustificazioni. Dominio popolare significa dominio degli argomenti. Il pensiero sorge dopo le difficoltà e precede l'azione. Ma voi italiani siete incredibili. Non riuscite proprio a fare una rivoluzione. Ci stanno riuscendo quelli della Tav, ma sono “persi” in idee precostituite. Non c'è reazionario più implacabile dell'innovatore fallito, non c'è nemico degli elefanti selvatici più crudele dell'elefante addomesticato. Quelli di Occupy Wall Street sono americani, e si vede. Hanno rabbia ma anche una prospettiva: per loro l'America è sempre il paese delle opportunità, e qualche idea di società diversa la stanno proponendo. La caduta è vicina, ora bisogna fare la guerra. La guerra va incontro a tutte le esigenze, anche a quelle pacifiche. Le guerre sono sempre una prosecuzione degli affari, solo condotti con altri mezzi. E non lasciano mai il mondo. A questo punto, tanto vale schierarsi.
Quindi vale ancora quello che disse una volta, ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati?
Se avere ragione significa essere schiavi delle banche, sì. Ma, attenzione: nelle epoche della più grave oppressione si fa generalmente un gran parlare di grandi e di nobili temi. Bisogna ricordarsi che in fondo quello che serve è essere furbi. E che Vi sono due lingue in alto e in basso
e due misure per misurare, e chi ha viso umano più non si riconosce.
Ma chi è in basso, in basso è costretto
perché chi è in alto, in alto rimanga. È sempre la solita storia. I potenti rimangono potenti, i poveracci rimangono poveracci. I soldi, sono i soldi a cambiare le cose. Purtroppo.
Marcuse una volta disse, a proposito di lei e Bob Dylan: “Entrambi hanno un messaggio: mettere fine alle cose come sono. Perfino in assenza di un qualsiasi contesto politico, le loro opere evocano, per un fuggevole momento, l'immagine di un mondo liberato e il dolore di un mondo alienato”. Cosa ne pensa?
Ne sono fiero. L'ho seguito fin dall'inizio, lui e la sua chitarra, è stato bravo. Ormai sembra aver perso appeal, è un gigante e rimane tale. Succede così. La gente studia a scuola, se lo permettono, i miei libri, ma non so quanto ancora attecchiscano. Meglio la TV.
Meglio la TV? Dei teatri, dei libri, dell'arte?
Certo! Ai miei tempi era il teatro a essere palcoscenico per il popolo. I borghesi lo affollavano, ma anche la partecipazione popolare è stata alta. Poi la tv ha livellato tutto. Aveva ragione Pier Paolo, (Pasolini, ndr) la TV è stato uno strumento di livellamento culturale. Ma è successo, quindi usiamolo. L’importante è usare qualunque strumento in maniera intelligente. Sfruttarlo per arrivare a quanti più possibile.
Quindi lei è sicuro da quale parte stare, con chi lottare, a fianco di chi, eventualmente, morire?
Tra le cose sicure, la più sicura è il dubbio. Esitare va benissimo, se poi fai quello che devi fare.
A proposito del suo stato attuale, come si trova da morto?
Ho smesso di fare arte, certo, ma sto bene. Non metta il broncio, non faccia quell'espressione rattristata. Sono semplicemente realista. È lei che ha qualche problema. Si dia una svegliata, la smetta di parlare coi morti, parli coi vivi. Lotti con loro, gioisca con loro, sia viva. A morire fa sempre in tempo. Guardi avanti. Corra, e non si volti indietro. Faccia come il rifugiato: siede nella valletta dei salici e torna a riprendere ancora il suo arduo mestiere: sperare. Sperare e lottare. Perché questo mondo fa ancora più schifo di quando l'ho lasciato.
Bertolt Brecht (1898-1956), poeta e drammaturgo tedesco, ha scritto tra le opere più importanti del novecento (Madre Coraggio, L'opera da tre soldi, Tamburi nella notte, Santa Giovanna dei Macelli, Vita di Galileo). Convinto marxista e fautore della teoria del "teatro epico" secondo cui lo spettatore non doveva immedesimarsi, ma tenere una distanza critica per riflettere su quanto vedeva in scena, fu costretto nel 1933 a emigrare in America. Tornato in patria, nel 1949, fondò il Berliner Ensemble, teatro in cui provò a realizzare tutte le sue idee.
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