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Ventennali grunge, remake televisivi, ciuccetti... il decennio delle camicie a quadri è ufficialmente tornato.
di Letizia Bognanni
L'altro giorno me ne stavo stravaccata sul divano in preda ad abbiocco postprandiale, con la televisione accesa su un canale generalista e giovanilista. Con un occhio aperto e uno chiuso, ho pensato di aver visto male, e mi sono raddrizzata. No, non avevo visto male: quella era davvero la pubblicità dei ciuccetti di plastica da appendere ovunque. Sono tornati quegli orridi ciuccetti di plastica! E anche quei pericoloserrimi bracciali a scatto! Gli Aqua hanno fatto una nuova canzone! Sono tornati gli anni Novanta!
Cicli e ricicli
E vabbè, dice, era inevitabile, tutto torna, sono tornati i sessanta, i settanta, gli ottanta, perché i poveri novanta dovrebbero fare eccezione? Anzi, ormai i cicli si sono così tanto accorciati che è strano non sia ancora il momento del revival del 2010. E poi quale anno migliore, per tirare fuori dall'armadio i jeans chiari e i camicioni, di quello in cui compiono vent'anni i due album che hanno ufficialmente inaugurato il decennio? Parlo naturalmente di Nevermind dei Nirvana e di Ten dei Pearl Jam. Correva il 1991, i luccicosi e plasticosi anni 80 se n'erano andati portandosi dietro l'ottimismo (immotivato), la ricchezza (finta), gli eccessi gioiosamente esibiti, i colori fluo e le tastiere. Era ora di tornare al look dimesso e alle chitarre, era ora di smettere di giocare al gioco del va tutto bene, era ora di smettere di ballare e ricominciare a pogare. I Nirvana e i Pearl Jam (e tutti i loro colleghi più o meno grunge) avevano i capelli lunghi, giravano conciati come degli scappati di casa ed erano allegri come il 2 novembre. E, se a Seattle non ridevano, non è che dalle nostre parti ci si scompisciasse. Le vacche grasse avevano finito il latte anche nella ridanciana Italia del Drive-in, e noi rinnegavamo le Sabrine Salerno e scoprivamo i gruppi alternativi coi cantanti pallidi ed emaciati e i testi impegnati come usava negli anni 70 (a proposito di corsi e ricorsi) (anche se poi di nascosto guardavamo Non è la rai) (che poi adesso che Ambra è una paladina della sinistra e Nicole Grimaudo un'attrice quotata, possiamo dire che c'avevamo visto lungo).
Make e Remake
Ma non di solo grunge vivevamo vent'anni fa. Quando, qualche settimana fa, i R.E.M. hanno annunciato lo scioglimento, alzi la mano il trentenne che non ha, fra gli altri ricordi, pensato alla scena in cui Brenda e Dylan si lasciano mentre scorrono le note di Losing My Religion. Gli anni 90 sono fra noi, e prova ne sia il fatto che, volendo remakare una serie tv, i produttori non abbiano scelto Dawson's Creek, e nemmeno Saranno famosi, bensì la “nostra” serie adolescenziale, Beverly Hills 90210. Con risultati quantomeno dubbi, è vero, ma la cosa la dice lunga sull'impatto che i gemelli Walsh e compagnia hanno avuto sull'immaginario della nostra e delle a venire generazioni. A ruota poi, è arrivato il sequel/remake di un altro caposaldo della televisione pop-trash dell'epoca, lo spin-off meglio ricordato come Melrose “sembravano-tutti-amici-carini-e-normali-invece-erano-una-manica-di-psicopatici-bipolari-assassini” Place. Anche in questo caso, l'esito è discutibile, ma è interessante che la serie si apra con la morte di Sydney (che poi non era già morta?), forse nelle intenzioni degli autori una simbolica uccisione dei nineties?
Nostalgia canaglia
Non riuscita, comunque, perché di quegli anni pare proprio che non ci libereremo tanto facilmente. Sì perché, a parte il grunge e i jeans a zampa (pare che stiano tornando anche loro), c'è una cosa, anzi una persona che ci accomuna a quando avevamo vent'anni di meno. Inquietante, diciamolo, quasi quanto la risurrezione e la rimorte di Sydney Andrews. E allora chiudiamo questa pagina nostalgica con una speranza: gli anni novanta sono stati gli anni di Beverly Hills, di Non è la rai, dei ciuccetti, degli anfibi, delle camicie a quadri, dei Nirvana. E sono stati anche gli anni in cui ci vestivamo da terzomondisti, mettevamo su Manu Chao e andavamo a protestare contro la globalizzazione. Ora, anche senza voler tirare giù dalla soffitta i cd di Manu Chao – in effetti no, grazie – magari si potrebbe provare con un revival di quello spirito di vera protesta, quello che ci animava e ci faceva sentire tutti uniti contro il sistema e fiduciosi che il mondo potesse cambiare, prima che anche i novanta se ne andassero e arrivasse quel cavolo di 2001 con il suo carico di disillusione. Lo rispolveriamo, quello spirito battagliero, prima che inizi il revival degli anni Zero?
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