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Davanti e dietro la macchina da presa, con la stessa intramontabile passione...
di Valeria Jannetti
Non c'è niente da fare, a Kim Rossi Stuart piace proprio raccontare la storia del nostro paese. È di questi giorni la notizia che Marco Tullio Giordana stia girando Romanzo di una strage (titolo provvisorio) sulla strage di piazza Fontana, avvenuta nel 1969 a Milano. Il “bel Kim” sarà il protagonista, come lo è stato negli ultimi, controversi film di Michele Placido, Romanzo criminale e Vallanzasca. Kim Rossi Stuart ha inanellato ruoli sempre più complessi: facile per chi, come lui, ha iniziato da bambino col grande schermo. Cresciuto sul set ha interpretato ruoli giovanili come Il ragazzo dal kimono d'oro e il successo televisivo Fantaghirò, ha poi lavorato con il gotha del cinema italiano, da Michelangelo Antonioni a Gianni Amelio fino a Roberto Benigni e Michele Placido. È riuscito a cambiare e prendere in mano una carriera che si è svolta poi sia davanti che dietro la macchina da presa, si è dilettato anche con la regia.
Perché devo soffrì?
A questo proposito, dopo avergli domandato a quando un nuovo film da regista, ci racconta che ci sta lavorando, ma: ”ho bisogno di masticare materia, di lavorarci tanto, ho questa necessità di costruire e distruggere per poi far rimanere solo la sostanza necessaria: la mia scusante, adesso, è che mi sono dedicato ad altre cose e Vallanzasca mi ha portato via più di un anno. È impegnativo dirigere un film, ricordo la sensazione di piacere nel tenere i fili, i rapporti umani, è una cosa per la quale bisogna essere portati e bisogna apprezzarne la filosofia di vita: Mastroianni diceva “non ci penso proprio, quando gli chiedevano se avesse mai voluto dirigere un film, perché devo soffrì?”.
Ho pensato a una regia fin da ragazzino, scrissi la mia prima sceneggiatura in quegli anni adolescenziali. Poi mi trovai a scrivere sugli adolescenti. Mi piaceva l'idea di cominciare da un inizio, l'infanzia è una tematica universale, e mi piace lavorare sui meccanismi karmici che passano dal padre alla madre fino al figlio, ovvero sul bagaglio di cose che ognuno di noi è costretto ad affrontare per le scelte di vita dei nostri genitori. “Anche libero va bene” è un film che anticipa i temi sociali contemporanei, la precarietà, è un monito sulla famiglia; il rapporto con i genitori è pieno di errori, l'importante è mettere a fuoco la catena karmica di genitori/figli per avere una consapevolezza più dinamica, per liberarci e svincolarci da tutto ciò, per entrare in contatto con il nostro io”.
In un mondo difficile
“Fare una regia è una bella impresa, ti da consapevolezza e fiducia, ma non so, a me sembra quasi naturale passare davanti e dietro la macchina da presa: bisogna avere questo tipo di curiosità o di desiderio, credo. Ciò che cambia, tra i due ruoli, è che da attore mi rilasso di più, mentre come regista sono sempre in trincea”. È così Kim Rossi Stuart, a volte ti stupisce davvero, lui ci tiene a scavare, a migliorarsi, e non è cosa da poco, soprattutto in questi tempi di superficialità e leggerezza. Il film del 2006, Anche libero va bene è esemplare su come l'attore affronti il tema della paternità: “Desidero essere padre da quando ero ragazzino. Ho un rapporto molto forte con i bambini. Infatti sono sempre stato un ottimo baby-sitter”. Racconta, a proposito delle riprese, quanto gli piacesse lavorare con i bambini, di quanto sia rimasto affascinato dalla capacità di immedesimazione: “Tutto si muove in sua funzione. Non finirà mai di colpirmi il bambino, nella scena quando è a scuola, che arrosisce: non si può chiedere nemmeno a De Niro di recitare così!”. Ha avuto coraggio nel dirigere un film del genere, soprattutto in un momento nel quale il cinema sembra prendere una strada differente dal racconto intimista e prezioso di una famiglia italiana tra tante, come quella raccontata. Così riferisce il periodo che stiamo affrontando: “È difficile, si ha l'impressione di una forte autocensura, incredibile, a tutti i livelli. Capisco che si debba fare un certo tipo di ragionamento per la televisione, che entra più nell’inconscio di chi non ha strumenti per interpretare, mentre il cinema è uno strumento catartico. È un po’ spaventoso, ma tiriamo avanti. Come per la cultura. Ma un certo tipo di film proprio non riesce a uscire, in questo periodo, epoca nella quale noi tutti dovremmo interrogarci sul perché avviene questo”.
A noi gli occhi
Il perché lo avvertiamo, e vorremmo conoscere meglio il Kim Rossi Stuart personale, ma l'attore è schivo di natura, concede poco della sua vita personale e preferisce parlare di cinema. Ma quando lo fa, tutto prende una visione di più ampio respiro, come quando racconta il ruolo di Barbara Bobulova nel suo film: “Straordinaria. Avevo bisogno di un'attrice fuori dal comune. Questo personaggio ha pochi giorni lavorativi ma sono tutte scene con apici emotivi complicati. C'è una difficoltà nella situazione della donna nel mondo dello spettacolo adesso, è molto penalizzata, almeno più degli uomini, perché è più condizionata da un meccanismo che la mette di fronte a scelte di compromesso agghiaccianti. È stato bello vedere un'attrice così meravigliosa che ha lavorato in maniera splendida: in molte scene la macchina da presa non si discosta da lei. Fino a qualche anno fa avrebbe avuto grande fortuna. È un momento complicato”. Non ci resta che aspettare la fine della lavorazione del film di Marco Tullio Giordana per godere di una nuova performance di Kim, interprete raffinato e complesso, che, usando i suoi occhi stupendi per personaggi, a volte, davvero scomodi e difficili, si è ritrovato ad affrontare una realtà distante da lui milioni di anni luce. Ma è anche questa la magia del cinema.
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