Uomini, eterni "irrisolti"? PDF Stampa E-mail

Viaggio nell'altra metà del cielo

 di Chiara Romanello

 

Questo non è un articolo per ventenni. Non me ne vogliate, ma si tratta di una necessaria selezione all’ingresso: una ragazza di vent’anni può permettersi di sognare e soffrire per amore, senza tuttavia sentirsi la reincarnazione di Bridget Jones, scarmigliata e abbandonata su un divano ad ascoltare I will survive di Diana Ross. No. Non me ne vogliate, ma preferisco rivolgermi alle donne sulla trentina: quelle che si sono lasciate ormai alle spalle la vita universitaria, lavorano (in maniera precaria o meno), sono single e iniziano, magari, ad avere intorno qualche amica sposata con prole in arrivo. Quelle per cui andare da sole a un matrimonio può diventare una esperienza traumatica: pensate all’eterna domanda “Dov’è lui? Quello che avevo visto l’ultima volta?”, o al famigerato lancio del bouquet. Pensate alla vostra compagna di banco del liceo, con cui avete condiviso tutto, che si sposa e pensa di farvi un favore lanciando proprio a voi il suo prezioso mazzo di fiori, con l’unico risultato di attirarvi addosso gli sguardi impietositi di chi non si può trattenere dal dirvi la magica frase: “Vedrai, quando meno te lo aspetti, anche per te arriverà quello giusto”. E come faceva Carrie Bradshow, nella serie cult Sex & the City, “non posso fare a meno di chiedermi”: ma che significa “quello giusto”? Perché molte donne lamentano di non riuscire a trovare un compagno? E cosa significa essere uomini oggi?


Aspettative al femminile

Forza, affidabilità, empatia, capacità di comunicare, semplicità. Un mix difficile da trovare, ma che tante single sognano. Ci si concedono le avventure, le storie di pochi giorni, ma quando si pensa a un rapporto di coppia vero, l’idea è (quasi sempre) quella di trovare un uomo che ci corteggi, che sappia “prendere in mano la situazione”, che riesca ad essere saldo quando ne abbiamo più bisogno e che non sia soggetto ad altalene emotive. Quante volte le amiche si sono lamentate di dover assumere il ruolo di ‘mamme’ nel loro rapporto? Sono infiniti i racconti di ragazzi e uomini che entrano in crisi perché non si sanno adattare ai cambiamenti, perché sentono la pressione delle aspettative della partner, perché semplicemente hanno paura dei legami. Ed ecco che, magari dopo avervi rincorso per mesi cercando di ottenere un appuntamento - dopo avervi portato a cena, al cinema, a teatro e magari anche aver cucinato per voi – spariscono, o vi chiedono di “andare con calma” o vi rifilano la cantilena “sei troppo speciale, non ti merito” (salvo poi cercare di rimettere un piede nella vostra vita non appena iniziate a vedervi con un altro). Ma si sente narrare anche di partner troppo razionali, che vogliono analizzare tutti gli aspetti della relazione e che hanno bisogno di essere continuamente incoraggiati per compiere delle scelte. Quelli che ripetono come un mantra: “Facciamo quello che vuoi tu stasera, per me è uguale”. Insomma, ci troviamo di fronte a due stereotipi: l’uomo inaffidabile che abbandona il campo, e quello che impietosamente viene definito “zerbino”. Qualunque corso di pilates, gruppo femminile, associazione, centro di yoga voi frequentiate, troverete almeno una donna che dirà: “Gli uomini sono in crisi, io vorrei una persona forte al mio fianco, vorrei non essere costretta a portare i pantaloni nella mia relazione”. Ma quali sono i contorni di questa “crisi”? Come spiegarla senza usare i luoghi comuni degni dei talk show pomeridiani?

 

Uomini “irrisolti”

Un nuovo sguardo sulla tematica arriva da un libro di Stefano Ciccone, Essere maschi tra potere e libertà (edizioni Rosenberg & Sellier). Un vero e proprio trattato sociologico, realizzato grazie all’esperienza di Ciccone nell’associazione ‘Maschile plurale’, di cui è presidente e che raduna gruppi di uomini interessati a pensare alla propria identità e all’elaborazione di nuovi modelli maschili per uscire dal disagio. Ciccone è convinto che la mutazione radicale dei rapporti tra uomini e donne negli ultimi vent’anni abbia creato delle difficoltà che non derivano però dalla nuova libertà femminile e dalle forme di trasformazione sociale innescate dal femminismo. Il problema è l’incapacità dell’uomo di indagare sé stesso: ha i mezzi ma non è stato abituato a farlo, perché i vecchi schemi sociali creavano un paradigma di sicurezza (e di superiorità), che non necessitava di domande. Il ruolo di guida gli veniva direttamente assegnato, vista la struttura patriarcale della società e delle famiglie, la sua parola era ‘legge’ e la virilità gli imponeva di essere saldo e di saper ‘proteggere’. Una visione che lo fa apparire oggi come un ‘irrisolto’, in cerca della consapevolezza per reinventarsi dato che la vecchia idea del ‘maschio virile’ è stata intaccata: c’è bisogno di nuovi modelli che permettano a compagni, fidanzati, mariti, corteggiatori e padri di esprimere la loro identità senza, tuttavia, sconfinare nella parodia o nella ricerca di un “lato femminile”.


Qualche spunto di riflessione

Molti si sentono oppressi dalla cultura onnipresente del "rimorchio", e vivono anche in maniera traballante il rapporto con il proprio corpo e con il sesso. Questa incertezza deriva da una malsana immagine della virilità: un impulso (per cultura tramandata) inarrestabile, sul quale il "vero uomo" esercita un controllo costante che svilisce però l’idea del desiderio e spesso provoca una scissione automatica tra donne ‘sante’ (da non ‘sporcare’ con un certo tipo di sessualità) e altre con cui invece ci si può permettere tutto. Inoltre, si parla in maniera superficiale dell’insoddisfazione maschile nel sesso (che è invece in aumento): i luoghi comuni ci insegnano che la sessualità maschile è automatica, semplice, quasi banale. Si dice che gli uomini, per lo più, non badino al piacere della propria compagna, le donne stesse lo ripetono continuamente, forse dando per scontati troppi elementi. Questo diagramma della semplicità che attribuiamo al maschio, non rischia di imprigionare anche le donne nei luoghi comuni, da cui gli uomini dovrebbero liberarsi e che sono la principale fonte della "crisi" di cui tanto ci si lamenta? Se da un lato, questo dibattito risulta cruciale, dall’altro non rischia di raffreddare per sempre l’antico gioco della seduzione che rende così eccitanti i primi incontri con un uomo? L’importante forse è non razionalizzare troppo l’approccio e non fare di questa ‘crisi’ uno slogan. Che gli uomini si inventino un nuovo modo di guardarsi e di guardarci farebbe bene a tutti, compito dell’universo femminile sarà allora ascoltare e adattarsi al cambiamento, non restando preda dei vecchi schemi. E allora un’ultima domanda per le donne: quanto la vecchia idea del ‘vero uomo’ che deve proteggere, condiziona ancora la nostra mente?