Il mondo "verde" di Natalia PDF Stampa E-mail

Musica, parole, sensazioni, colori e profumi: la cantautrice Natalia Green presenta il suo mondo "teatrale" In cui è un piacere persino peccare...


di Daniela Liucci 


Se fosse un suono sarebbe “quello dei rametti secchi caduti da un albero calpestati da una timida pecorella di passaggio, verso sera”. A Natalia Green, cantautrice e polistrumentista brasiliana, atterrata per caso sul Lago di Garda molte lune fa, servono poche, ma decise pennellate per definirsi. Per definire la sua musica, invece, serve molto di più di un'immagine. È un universo complesso in cui confluiscono due anime, due mondi, quello malinconico del Sudamerica e quello più terreno e solare dell'Italia. Un originale e dolceamaro mix di sonorità world senza tempo e influssi contemporanei, generato da una voce interiore, da ricordi e semplici bisbigli che crescono come ondate. Una visione precisa e istintuale che sfocia in tutta la sua vitalità in Pecado Teatral, EP di cinque brani, interamente autoprodotto, che è un piacere incontrare e scoprire. E che lascia emergere, nota dopo nota, un talento poliedrico e un'anima avida di esplorazione. In fondo, questo disco rispecchia Natalia in tutto e per tutto. Esprime la grande combattività, tipica di tutti gli artisti indie, la voglia di nutrirsi di contrasti e differenze per ricercare liberamente la propria strada, la forza d'animo di chi si torva durante l'adolescenza in un paese straniero e supera la solitudine imparando la lingua attraverso la TV, di chi fa della musica una passione senza confini. E la vive, fino in fondo.

 

Da quali incroci nasce Natalia Green?

Natalia Green nasce da un profondo respiro. Il verde, il polmone del mondo, nella mia vita coincide con la musica che sento soffiare in me da sempre. È così, quel profumo d’erba bagnata soffia musicalmente nella mente. Green nasce dall’incrocio tra un essere umano, le sue radici da albero, e il suo ascolto del mondo.

 

Com’è nata la passione per la musica?

Avevo otto anni. Ero in un casinò con mia madre in Portogallo, al ristorante dove facevano spettacoli. Assistemmo a una performance in cui una ragazza molto energica cantava I Will Survive. Era la prima volta che la sentivo, rimasi inebriata. Poi, io e mia madre andammo in bagno e davanti allo specchio ho cominciato a cantare la stessa canzone. La mia voce mi sorprese. Usciva, usciva eccome, e cantare era bello come volare. Da lì pensai che forse ero nata per questo.

 

Ci descrivi Pecado Teatral?

 È un tentativo di comunicazione con me stessa. Un flusso di sensazioni a cui ancora devo dare un’interpretazione cosciente. Ci ho inserito quasi tutti gli elementi più importanti e ricorrenti nella mia vita, tra cui il mare col suo riscatto poetico di una giornata difficile, le manie e le ansie della perdita e della separazione, la timidezza e la conseguente inafferrabilità dell’oggetto del desiderio e una certa ricerca di stabilità, di essere accolti, come poter finalmente “dormire nel petto nudo” di qualcuno. È un insieme di bisogni e di azioni volte a colmarli. È ciò che facciamo quotidianamente, ognuno protagonista del suo piccolo teatro irripetibile, col doppio ruolo intermittente di vittime e salvatori di noi stessi.

 

Come nasce il titolo?

Pecado Teatral era innanzitutto una canzone, un tango. La canzone più libera che ho inciso, solitaria in camera mia. Suonavo con forbici, scotch, acqua, voce e altri strumentini che cercavo nella stanza, e mi sono davvero divertita. Era un flusso di coscienza vero e proprio e le parole che nascevano senza ansia di senso, erano manifestazioni teatrali di alcune sensazioni che la coscienza non è in grado di afferrare perché non vogliamo sapere.

 

Alda Merini diceva: “Gusto il peccato come fosse il principio del benessere”. Tu come lo gusti il peccato?

Citi proprio la mia poetessa preferita. Come non amarla? Mi identifico così tanto, soltanto nelle parole di un’altra donna: Clarice Lispector. Due grandi menti in questo mondo. “Non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole… di sogni che abitino gli alberi, di canzoni che facciano danzare le statue, di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti. Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza". Io il peccato me lo gusto come ogni essere umano, certe volte non me ne rendo conto, altre volte non “brucio la pesantezza”. Un grande peccato è non rimanere fedeli a se stessi. Dire sì quando si vorrebbe dire no: puro teatro! Io sto lavorando molto su questo, il mio obiettivo primario ora è rispettare me, per rispettare gli altri. Bando alle frustrazioni!

 

Ne hai qualcuno (in)confessabile?

Ne avrei qualcuno nell’armadio! Forse un giorno…

 

Mania è un brano in cui in un certo senso si parla di follie e paranoie globali. A quale paranoia cedi?

Sono una persona sufficientemente paranoica, purtroppo cedo a più di una. Non ci ho mai scritto su una canzone perché in fondo mi piace pensare di lanciare messaggi positivi o perlomeno autoironici. Rido. Ho un amico molto caro con cui parlo spesso delle mie paranoie, e troviamo conforto reciproco perché molte delle nostre paranoie coincidono! Cosa c’è di più rassicurante che illudersi d'essere “normali”? Preferisco non annoiarvi con la lista, lascio questo lato “oscuro” al mio psicoterapeuta e al mio amico!

 

Il tuo album combina diverse atmosfere, folk, pop, rock e anche un po' di world music. E di fondo si sente l'esigenza di muoversi liberamente. Cos'è per te la libertà artisticamente e personalmente?

La libertà è sempre stato un motto primario. Sono Sagittario con ascendente Sagittario, un segno che ambisce molto alla libertà di movimento mentale e fisico, e mi ci rispecchio molto. Da piccola cercavo di impormi in tutti i modi perché volevo uscire già da sola e andare dove la mente mi mandava, anche se era pericoloso per una ragazzina, Natalia doveva andare e guai se cercavano di fermarla. Quanti litigi con mia madre e finte destinazioni rassicuranti! Avevo l’arco sempre puntato verso l’uscio. Oggi tutto ciò si è esteso ai rapporti umani, alle relazioni. Ascolto consigli con rispetto e interesse, almeno ci provo, ma non ammetto imposizioni. I freni mi frustrano, la mancanza di risorse mi frustra, perché io devo esplorare. Libertà artistica è donare agli altri l’esatto flusso che genera la creazione. Ogni alterazione forzata in vista di un “universalmente gradevole”, di per sè già impossibile, altera il valore dell’opera in quanto verità, e l’arte per me dev’essere verità di chi la crea, per chi ne viene toccato (creatore incluso).

 

Quali sono le difficoltà maggiori di un musicista indipendente?

Trovare qualcuno che creda nella sua musica, e che abbia anche i soldi per promuoverla. Che non dica che fa della musica splendida ma che non è commerciale abbastanza. Continuare a credere in se stessi, sempre, nonostante le oscillazioni e le infinite battaglie psicologiche. Provare ad alcune persone che la musica è un lavoro. Provare a se stessi che la musica è un lavoro, vivendoci! Le difficoltà sono tante… in bocca al lupo a noi!

 

Quali sono le tue icone?

Amo le donne che suonano bene e che compongono le proprie canzoni. Un’altra componente che amo è l’ironia. Dall'adolescenza all’età adulta ho ascoltato molto Tori Amos, Kate Bush, Ani di Franco. Ultimamente mi piace molto anche Kaki King, Lykke Li e molti altri personaggi della scena musicale indie. In generale mi piace scoprire musica nuova e ascoltare cose recenti, che mi permettono di sorprendermi col peso di certi talenti.

 

Che differenze trovi tra Brasile e Italia? E dove ti senti più a casa?

Mi sento più a casa dove sono. Se sono in Italia, mi sento a casa, se sono a Rio, mi sento a casa. Almeno ci provo, perché credo sia la cosa più saggia. Non mi è mai piaciuto sentirmi straniera. Mi piace integrarmi, parlare bene la lingua, scavare tutto il resto. Attualmente sono a Rio da tre mesi, non ci venivo da tre anni. Questa città è piena di risorse e di bellezze e sta colmando la mia anima, sicuramente mi rispecchia molto. Avevo bisogno di qualcosa di ampio, una metropoli, e me la sono venuta a cercare tra le mie radici. L’Italia mi ha dato molto, mentalmente mi ritengo molto più italiana che brasiliana, ma c’è un’energia in me che circola da sempre e che ha bisogno di sfogo in spazi ampi. L’Italia è storia e filosofia, profondità. Il Brasile è qui e ora, intensità. Preferisco racchiudere le enormi differenze in queste due frasi per ora.

 

Il tuo ricordo più caro?

Ero piccola e mia madre mi portava a scuola in macchina. Il sole entrava fisso sulla mia faccia, e mentre mi lamentavo assonnata, lei cantava La Vem O Sol Turururu che in portoghese vuol dire, “ecco che arriva il sole” ed era la traduzione in portoghese della canzone Here Comes The Sun dei Beatles. Anche mia zia mi cantava sempre “Pequetita do meu coraçao ser criança e’ como se sentir no mar, ai voce vai crescer minha Natalinha”, che tradotto vuol dire “piccolina del mio cuore, essere bambini è come sentirsi nel mare, ah un giorno crescerai Natalina mia”. Che meraviglia che i miei ricordi più belli siano legati a canzoni! Non ci avevo mai pensato.

 

In un ipotetico viaggio quale sarebbe la tua colonna sonora ideale?

Ho sempre amato la musica new age negli spostamenti, soprattutto quella etnica, cantata, perché mi piace immaginarmi in luoghi esotici. Anche quando sono ferma. Un giorno seduta sul mio balcone, mangiavo Feta e ascoltavo musica greca, avevo voglia di Grecia, è stato appagante perché per un attimo mi sono davvero sentita là.

 

Cosa non manca mai nella valigia di Natalia Green?

Non posso fare a meno di un lettore mp3 con registratore incorporato, un telefonino, qualsiasi cosa che registri e che io possa poi riascoltare mille volte per comporre. Non possono mancare neanche le cuffie, perché spesso le dimentico e mi trovo in situazioni imbarazzanti dove la necessità di sentire questi esperimenti diventa l’incubo, immagino, degli altri.

 

Hai lavorato anche nel campo della musicoterapia. Qual è il potere della musica?

Ho concluso il triennio di specializzazione in musicoterapia a Padova. La musica è un fortissimo canale di comunicazione, capace di rompere muri e di generare empatia, laddove parole e gesti sono insufficienti. La musica, o meglio i suoni, non necessariamente in organizzazione estetica, sono un veicolo insostituibile di umanità, di rassicurazione, accoglienza, libertà e sfogo. Sono una valida risorsa per entrare in contatto, quando molti altri mezzi falliscono.

 

Quale problema ti piacerebbe risolvere con la musica?

Sicuramente il problema della comunicazione. Non amo particolarmente parlare, preferisco scrivere o cantare. Io tramite la musica mi sono integrata, in Italia ad esempio, dove sono “atterrata” dopo 14 anni di Rio de Janeiro. Nella vita spesso ho conosciuto persone e dopo due ore sembrava di conoscerci da anni, suonando insieme. Penso sia proprio questa empatia che la musica genera, la grande risorsa per rendere il mondo più umano.




















 

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